30 Ottobre 2002

 

Ci incontrammo un mattino sul finire dell’ estate, quell’anno più prodiga d’acqua che di sole. Ero giunto sul sentiero alto per l’Alpe Sui Piani che il giorno era già fatto da ore, avendo inciampato salendo,in alcuni porcini che  deviarono le mie  attenzioni. Non v’era però piena luce. Il cielo era, come al solito, coperto e le basse nubi che disordinatamente vagavano lente, ora sfrangiandosi tra le cime dei faggi, ora raggruppandosi per risalire come nebbia dalle vallette, simulavano un’atmosfera precocemente autunnale.

Vidi per prima la tua giovane  compagna, pascolava allo scoperto su una gobba del prato,  avvolta da un banco di nebbia. Mi arrestai,  ma lei colse il mio ultimo passo e sparì d’ un balzo oltre il dosso.

Lentamente portai il binocolo agli  occhi. Una sagoma tra gli ontani e le giovani  betulle, dai contorni sfumati dai freddi vapori, mi incuriosiva per la strana somiglianza col disegno di una testa di capriolo che m’osservava.   E mentre tentavo di focalizzare vista e pensiero, di sotto la testa apparve il collo e poi il tronco, ed infine ti mostrasti per intero. Mi avevi visto, era evidente, ma il vento contrario e la nuvola che ci avvolgeva non ti aiutavano a definire  l’intruso : nemico o rivale ? Spavaldo, carico d’ormoni e desideroso di mostrare il tuo coraggio alla giovane femmina, battesti più volte il terreno con la zampa anteriore destra e, visto che non cedevo il campo, avanzasti fin sulla sommità del piccolo dosso dove, raspando il terreno in segno di sfida, ti ponesti di fianco  per sembrare più grosso.  Ma un riefolo di vento burlone cambiò direzione portandoti il terrificante odore.  Fù come darti una frustata, sparisti in un lampo abbaiando di rabbia e paura.

Le giornate si erano fatte più corte, ma il tempo era finalmente volto al bello, le faggete si andavano tingendo di rosso, ottobre era finalmente giunto e con lui il giorno dell’ appuntamento.

Ero partito a notte fonda dal paese, risalito il fianco della montagna alla flebile luce di una torcia elettrica tascabile e giunto sul sentiero che albeggiava appena, ma prima di arrivare al sito che avevo preparato, il rumore secco di rami schiantati e quello sordo di zoccoli al galoppo gelarono le mie speranze d’incontrarti.  Mi appostai comunque, e lei venne, leggiadra e con tanta voglia di giocare, a brevi corse, salti e giravolte attraversò il prato arrivandomi a pochi metri, finché il mio “pssst !” la fece trasalire trasformando il gioco in precipitosa fuga.  Ma tu no.

Passarono i giorni e le settimane, inutilmente ti aspettai per molte volte sul luogo del nostro primo incontro, ottobre era agli sgoccioli e con lui le mie speranze di ritrovarti . Decisi di cambiare. Sull’altro lato della valletta cui il pratone fa da sponda sinistra, s’erge una ripida parete rocciosa, intervallata da balze erbose, dominante il bosco che sale dal fianco della montagna aprendosi, di quando in quando, in piccole radure. La discesi per una trentina di metri raggiungendo uno spuntone a picco sul vuoto, al cui termine una betulla offriva riparo ed appiglio e lì mi appostai.

Era una di quelle giornate d’ Ottobre da incorniciare. Appena il sole superò il crinale, i suoi raggi discreti mi raggiunsero ed i brividi dell’alba si sciolsero in un dolce tepore, la luce inondò la valletta che si accese di mille colori. V’era una pace incredibile e mi lasciai derivare assorbendo con tutto il mio essere l’ estasi di  quelle ore. Il tempo propizio per la caccia era ormai trascorso anche quel giorno, ma non mi turbava più tanto, ero contento d’essere lì, di esser parte di quel tutto che mi circondava e che ad ogni respiro mi permeava, mi sentivo sole, foglia, roccia, insetto, vento, ero parte di tutto ciò che i miei sensi percepivano. Ero felice.

Giuseppe era sbucato lontano, sul pratone di fronte, col suo segugio. Chissà se mi aveva visto ? Aveva percorso il sentiero alto fino a portarsi sopra di me, parlottato con qualcuno, forse Massimo il mio compagno di caccia in montagna, poi insieme avevano proseguito discendendo dalla parte dell’ Alpe Ambrogio. Avrei voluto raggiungerli, ma il piacere che provavo mi trattenne.

Erano così passate altre ore, il sole era girato ed ormai prossimo alle cime di ovest perdeva le sue forze. Meditavo il da farsi quando, forse disturbati dai due uomini che scendevano, aggirando il fianco del monte  entraste al trotto nella radura e vi fermaste.

Il cuore mi balzò in gola prendendo a battere all’impazzata, i movimenti più semplici divennero impacciati, tolsi il copri oculare dall’ottica e ti cercai.

Eri proprio tu, la croce era già sulla tua spalla ma, tremavo, respirai profondo e quando il mio respiro si fermò, tutto ciò che mi stava intorno s’infranse come fosse di cristallo.  Riportai  l’occhio sul cannocchiale, stavi steso su un fianco, immobile, il capo reclinato verso il basso. Tutto intorno era silenzio.

 
Ma lei ritornò.

Abbaiò prima tra gli ontani, poi lentamente a piccoli passi si avvicinò  fino a sbucare nuovamente  nella radura. Ti fiutava vicino, fermo a pochi passi e non capiva  perchè ti ostinassi a rimanere. Abbaiò ancora per alcuni, interminabili minuti, pregandoti di seguirla, di fuggire dal pericolo, disperata, di rialzarti ed andartene con lei. Poi, forse, le giunse l’odore freddo della morte e ti lasciò.

Mentre scendevo sul far della sera, lungo il sentiero che attraversa la faggeta, non sò se più mi pesasse il tuo fardello o l’abbaio disperato della tua compagna, il cui eco ancora mi segue col tuo ricordo.


Lirurus Tetrix

 

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