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Vi
sono momenti, seduto su un tronco divelto in uno
squarcio di bosco sperduto tra i colli ai
tiepidi raggi di un sole autunnale, o sdraiato a
ridosso di un masso appena sotto la cima del
monte al riparo dal vento che spazza i crinali,
in cui le membra e la mente, vinte dalla fatica
dopo tanto errare, si abbandonano ad un dolce
oblio e, caduti i confini tra sogno e reale,
prendono a lievitare fluttuando, come quel mare
giallo e rosso di foglie che tutt’intorno si
stende ondeggiando alle lievi carezze della
brezza ottobrina.
E’ allora che rivedo
scorrendo all’indietro, come fotogrammi,
l’ultimo rullino dei ricordi con impressi
frammenti di vita.
Una grande tavola in una casa su un monte
sconosciuto, ritrovo in quei giorni di amici
lontani, accenti diversi ora scherzosi ora
accesi accomunati dalla stessa passione.
Beccacce fantasma fra bossi e marruche.
Carovane di uomini e cani in viaggio nella
tormenta, spinti da una passione che non conosce
confini; felici la sera intorno ad una zuppa di
verze raccontando di mirabili azioni dei cani,
di tiri impossibili ed immmancabili padelle,
ridendo al pensiero di irsute chiappe fumanti di
cinghiali incazzati intenti a lenire, accosciati
in un torrente, il bruciore indotto dai pallini
dell’amico al suo primo incontro.
Il setter che avventa sul crinale del monte, si
fa prudente e si blocca; sembra non finire mai
il pendio ed il cuore che scoppia nelle tempie,
ecco ci siamo, il respiro profondo a cercare la
calma e le forze residue, già tante volte ho
perso il confronto; un fremito del cane,
un’ombra furtiva appena indovinata radente la
chima degli ontani, una stoccata buttata in
avanti e poi nulla; scruto attento il vallone
aspettando che riappaia lontano, sovrano, ed
invece mi giunge il rumore di un battito d’ali
ormai senza forze ma che ancor non s’arrende;
porta Artù ! Portami il nero, magico fiore del
monte, ultimo dono colto per questa stagione.
Lo sguardo attonito del camoscio mi fissa nel
turbinio dei fiocchi di neve, cerca una ragione
a quel lontano pericolo che con un tuono gli sta
rubando la vita.
Fattoooo! Un leggero tremore delle mani tradisce
l’emozione dell’amico che raggiante di gioia
accarezza, ricomponendo le piume, il suo primo
gallo.
Seduti su un masso di un pascolo alpino a
rimirare felici un firmamento di stelle dai
candidi petali carnosi.
Il brivido fresco della sera incipiente mi desta
scorrendo lungo la schiena; i cani stanchi,
acciambellati, volgono appena la testa ed
incrociando il mio sguardo le code tradiscono un
moto d’affetto ritmando sul suolo la gioia.
E’ l’ora in cui il sole volge al tramonto e
tristemente richiama al ritorno, un’altro
giorno è trascorso vagabondando tra aspre cime,
boschi odorosi e profondi valloni, attore
partecipe e conscio di quell’infinito gioco di
vita e di
morte
chiamato natura.
Lirurus Tetrix
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