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Fine
novembre, oramai siamo agli sgoccioli: la
stagione sta per finire. Il tempo è mite,
come del resto lo è stato per tutto il mese, ma
pioviggina.
Quella
pioggia fine che non fa nessun rumore,
nemmeno sul cappello, scortata da una
nebbiolina che gioca a nascondarello. Parto
dalla cascina con un insolito ritardo, nella
testa i soliti ricordi e nelle gambe la
stanchezza di tre mesi di caccia.
Pochi
minuti e sono sul sentiero che scende, Dea lo
imbocca subito e dopo qualche metro lo lascia
per infilarsi giù nella “fonda“, il solito
giro!
La
seguo, lascio a lei condurre il gioco, è lei il
regista; a volte mi sembra di essere un
semplice figurante. In una ventina di minuti con
scrupolosità perlustra tutta la fonda, sono
anni che caccia beccacce in questa zona e
conosce tutti i suoi angoli buoni.
Non
trova nessun indizio e quindi ci
allarghiamo verso destra nel bosco di
betulle, la nebbia è più ovattata, ma ho
ancora una buona visibilità di 50/60 metri.
Betulle di media grossezza ma molto alte, sotto
felci color rosso mogano, chine nella
parte alta per il peso di tante esigue
gocce d’acqua formano numerose onde, ancora più
sotto, un tappeto di foglie color giallo di
tutte le tonalità, con qualche filo d’erba
verde. Il silenzio mi attornia, rotto solo da
qualche gonfia goccia d’acqua lasciata dagli
alberi che mi batte il cappello e dal campanello
che Dea porta al collo. Una magica atmosfera mi
accompagna e lì i pensieri corrono, corrono
veloci.
Ridestano
ricordi malinconici e tristi di giorni di caccia
passati e tutto va a mescolarsi con la nebbia.
Proseguo.
Mi
accorgo che qualcosa è cambiato, il silenzio è
strano…. il campanello!
Non
sento più Dea, preso dai miei pensieri
l’avevo persa di vista. Giro un attimo e la
scorgo in ferma con la testa alta nelle
felci. Faccio un giro e mi posiziono dietro di
lei,è il posto che preferisco così la posso
forzare. Controllo bene le vie di fuga e poi
sollecito Dea a guidare. Si muove con molta
prudenza, dopo qualche metro rompe e con
meticolosità cerca di agganciare un odore più
forte, ma niente. Forse perché il terreno è
privo di ripari la fata si è data alla fuga al
primo segnale di pericolo. Non mi
scoraggio, anzi, sorrido e dentro di me
penso: se sei nei paraggi la mia socia non
perdona e ti verrà a trovare.
Sussurri
di vento disperdono la nebbia e con lei i miei
pensieri. Ora l’unico pensiero è Dea e il suo
campanello, anche se non ha più il ritmo degli
anni passati, un po’ per l’età e un po’
per prudenza, ma siamo una squadra un coppia
affiatata, ci intendiamo ed adattiamo l’uno
all’altra. Il suo cercare è razionale e
composto, dettato da un istinto innato e dalla
esperienza. Di tanto in tanto il tintinnio si
interrompe, mi cerca e guarda dove sono, con un
leggero fischio segnalo la mia posizione,
e via. Arriviamo alla “costa di rimessa”,
così la chiamo, Dea mi anticipa e quando
anch’io arrivo sulla cima, lei ha già
controllato il primo pezzo senza risultato. Mi
guarda, aspetta un cenno per la direzione da
prendere, indugio un po’, rifletto,
meglio scendere per fare tutta la cresta
fino in fondo. Faccio un segno e comprende al
volo.
Mancano
un quindicina di metri alle rocce, ferma! La
raggiungo e mi posiziono dietro, qualche attimo
e rompe, fa diverse guidate seguite da ferme a
destra e sinistra, fino ad arrivare al centro
dei due speroni di roccia, separati da un
canale stretto e di colpo molto ripido,
coperto solo da boschi di nocciolo. Eccola
immobile con quel tipico sguardo attonito, che
non si concede nessuna distrazione. Intuisco che
questa volta l’ha proprio nel naso, ma non sa
esattamente la posizione. Mi preparo ad ogni via
di fuga, e penso che se sbaglio non ci sarà
un’altra rimessa. Sono attimi con particolari
sensazioni, due cuori in uno che battono per la
medesima ragione, attimi dove il tempo sembra
fermarsi, attimi dove le realtà quotidiane
svaniscono……
Un frullo leggero vicino alla roccia di
destra ci risveglia, parte la beccaccia, l’
intravedo anche se coperta da un nocciolo, un
colpo rompe il fascino di questi minuti, mi
accorgo d’averla colpita ma non riesco a
trattenere il secondo colpo che va a finire
sopra.
Vedo
la sua caduta scompigliata giù per il canale e
prevedo un recupero difficile.
Dea
comincia la discesa io dietro con prudenza,
scendiamo parecchio, dopo un po’ eccola!
Abbiamo fra le mani o meglio nella sua
bocca l’ambita preda, la regina del
bosco.
Faccio
un lungo giro per irientrare e mentre salgo,
appagato, mi complimento per il non facile tiro.
Riflettendo sull’episodio, penso Dea come ad
un mediano, quello che svolge tutto il
lavoro di fatica, di preparazione, ed a me
come la punta, quello che aspetta la palla
e la tira in porta e, se segna, pare che
sia bravo solo lui, a lui solo meriti ed onori.
Ma
mi riprendo subito, noi due siamo una squadra!!
Novembre
2006 G.R.
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